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Informo che la pubblicazione di nuove interviste è al momento sospesa a causa del poco tempo a disposizione per seguire il blog come meriterebbe, mi dispiace...
Invito comunque gli utenti a navigare sulle pagine alla ricerca di interessanti interviste, ad esempio questa (postuma) a Mario Giacomelli.

Mi scuso per l'inconveniente con gli affezionati lettori e (spero) a presto!
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martedì 22 dicembre 2009

"Fotografi nel Web" speciale #100: Mario Giacomelli

"Fotografi nel Web" pubblica oggi la centesima intervista, un bel traguardo...
E per celebrare l'evento affianca ai 99 nomi di fotoamatori che hanno preceduto questa uscita, il nome di un fotografo che non ha bisogno di presentazioni: Mario Giacomelli.
Un'intervista impossibile resa possibile grazie a Simone Giacomelli, che ha risposto alle domande con lo spirito amatoriale che ha sempre contraddistinto il padre e, soprattutto, con le parole che egli avrebbe usato; come ci si è arrivati lo potete leggere qua.

Quando si intervista un personaggio importante si cercano anche domande "importanti": io ho scelto di fare al grande Mario le stesse semplici, banali domandine che ho fatto in passato a tutti gli altri fotoamatori...

Ringrazio sentitamente Simone, così come ringrazio Simona Guerra, nipote di Mario e autrice di due testi su di lui tra cui "Mario Giacomelli. La mia vita intera" (Bruno Mondadori, 2008), per il pensiero che aprirà l'intervista.

Non mi resta che augurarvi buona lettura e... appuntamento alle prossime interviste!



100 di questi giorni!

Questo è l’augurio che generalmente usiamo nelle grandi feste, per i matrimoni, per ciò che nella vita ci piace e vorremmo seguitasse a ripetersi.
Oggi "Fotografi nel Web" compie i suoi primi "100 fotografi raccontati". Il numero raggiunto, significativo, dimostra come la trama del tessuto della Fotografia sia quanto mai spessa.

Colpisce come Libero abbia pensato, per la sua centesima intervista, di fare qualcosa di più (anche se potremmo dire tranquillamente che si tratta di qualcosa di impossibile!); ha deciso di dare spazio e di porre le canoniche domande a uno dei più grandi fotografi del '900 ovvero a Mario Giacomelli.
L'impossibilità è data dal fatto che Mario c'ha lasciato nel 2000, mentre la genialità e la fantasia la trovo nella richiesta che Libero ha fatto a suo figlio, Simone Giacomelli, di rispondere per lui.

Nel 2008, è stato pubblicato dall'editore Adelphi e per mano di Giorgio Manganelli, un volumetto davvero interessante; si tratta di "Le interviste impossibili", un testo in cui il grande scrittore e critico si intrattiene con - per fare solo qualche nome - il signor Giacomo Casanova, Charles Dickens, Nostradamus, Marco Polo ed altri grandi in 12 colloqui davvero divertenti.

Ora, quella impossibile a Mario Giacomelli, sarà un’intervista con una punta di amaro nei confronti dell’Uomo - avendo conosciuto di persona l'intervistato - ma l’incontro avrà però il pregio di rendere più vicini a lui i 99 fotografi che lo hanno preceduto; fotografi che forse non raggiungeranno - non tutti - le grandi cime della fotografia, o che non pianteranno un tricolore sulla punta dell’Everest (come ha fatto Giacomelli) ma che hanno in comune con Mario il fatto di aver tutti goduto e sofferto con la fotografia, ognuno a suo modo, ognuno con qualcosa di personale da dire.

"Fotografi nel Web"... un titolo che – se legato a Giacomelli – mi fa sorridere ricordando un giorno in cui, un noto direttore di un museo di San Diego, mi chiese, in presenza di Mario, di tradurgli in italiano la sua richiesta di avere il suo indirizzo di posta elettronica.
Io dissi "Guardi, le risponderà che non ce l’ha, l'indirizzo!". Il grande direttore replicò serio "Se mi risponde che non ce l’ha perché non vuole darmelo, non mi offrendo".
Povero direttore... non sapeva che Mario Giacomelli odiava con tutte le sue forze ogni cosa che avesse a che fare con un computer.


Simona Guerra





Mario Giacomelli: chi è?
Fotografo per professione, per passione o quale altra definizione ti si addice di più?
Sono un tipografo che il fine settimana usa la macchina fotografica e fino a qualche anno fa, tutti i giorni dopo cena, godevo del silenzio delle mie idee di fronte ai miei occhi, immagini di un linguaggio che ancora gli addetti ai lavori stentano a capire, ma sarei presuntuoso se pensassi di essere sempre capito dagli altri e citando me stesso: sono un viaggiatore di sensazioni in terre sconosciute, dove tutto va interpretato.

Quando hai iniziato a fotografare?
Io fotografo da sempre, da quando la mia testa pensa, i miei occhi vedono e le mie labbra tremano ad aprirsi. Ora è diverso, le mie labbra serrate sono il ricordo di un ultimo saluto. Se preferisci puoi scrivere che fotografo da quando mi sono fidanzato con Anna, mia moglie, oppure dalla vigilia del Natale del 1953, cosa vuoi che importi. Ti posso dire perché fotografo; io dipingevo, ma se il quadro non lo finivo lo stesso giorno non ero contento, perché il giorno dopo non sarei stato lo stesso, non avrei usato gli stessi colori, gli stessi segni e per le poesie era la stessa cosa; per questo quando ho incontrato la fotografia l’ho amata, non pensavo più ai giorni, ma tutto il tempo del mondo in un solo momento. Sembra strano, avevo risolto un problema con il mio tempo personale, per crearne un altro più grave con il tempo come flusso eterno.
Da qui è cambiato del tutto il mio modo di usare la macchina fotografica, potrei usare le parole di mio figlio, Simone, e dire che da quel momento ho iniziato ad essere un non-fotografo. Quindi non più le facce di amici e parenti, ma il conflitto che mostra il mio essere tragico e in cui lo spettatore si riconosce e riconosce la catastrofe umana, che poi è il conflitto che si instaura tra il dramma personale e l'orgasmo che la bellezza della vita ci regala ad ogni risveglio.


Quale genere ti piace maggiormente fotografare?
Cosa vuol dire "genere", io ho sempre fotografato me stesso, non la mia forma, ma le mie idee, i miei pensieri. Io faccio reportage, ma d’una realtà aggiunta alla realtà di tutti; io taglio, maschero, sbaglio per ottenere quello che voglio, io fotografo il corpo rigonfio di veleni, amputato sfruttato e abbandonato dall'uomo, fatto di terra e di mare e della stessa materia del nostro dolore. Non credo sia importante il genere ma avere qualcosa da dire; io per dirlo ho sacrificato tutto, non ho giocato coi miei figli, non ho mai fatto le ferie, non ho mai riposato. Non so come si chiama questo "genere", ho tolto tutto me stesso agli altri, per restituirmi a loro ora, come presenza senza luogo in un silenzio eterno, tutto da vivere per conoscere e forse conoscermi.

Hai fatto qualche corso di fotografia?
Non ho mai fatto corsi di fotografia, tanti concorsi, tutti, e ho studiato tanto, notti intere, poi ho avuto la fortuna di avere un amico come Ferruccio (Ferroni, n.d.a.) che mi ha insegnato la sua tecnica e prima ancora ho conosciuto quell'uomo straordinario che è stato Cavalli, Giuseppe Cavalli, da cui non ho imparato a fotografare, come molti credono, ma a riconoscere la bellezza essenziale, le poche cose veramente importanti. Da lui ho imparato a reagire al male d'una vita sempre uguale. I miei corsi sono stati gli amici che ho avuto, i corridoi dell'ospizio, le strade di Lourdes, il mattatoio del mio paese e soprattutto me stesso.

Quali sono i fotografi del passato e del presente che più apprezzi?
I fotografi che più apprezzo? Io capisco molto di più la pittura, il periodo nero di Goya, Burri, Picasso, Tapies...... non ho mai comprato né libri fotografici né opere fotografiche. Anche con i miei amici fotografi parlo poco di fotografia, al telefono o le poche volte che ci vediamo, hoops, scusate ogni tanto dimentico di essere “nel flusso della creazione”... vi ricordate Caroline Branson? Stavo dicendo? Ah si, quando vedevo o sentivo i miei amici preferivo parlare di libertà, di quanto abbiamo goduto o sofferto, parlavamo dei sapori, dei profumi, di quant'è bella Venezia a mezzanotte, delle donne. Qualche volta dai posti dove esponevo mi mandavano dei libri fatti da fotografi e in tutti c'era qualcosa di buono e qualcosa meno buono. Devo dire che stimo molto Cartier-Bresson, Boubat, Kertèz, Bill Brandt.
Tra i giovani mi piacciono quelli che non ubbidiscono ai critici e alla moda, che sanno di avere dentro di sé qualcosa che appartiene al mondo e cercheranno sempre di donarlo pur sapendo che potrebbero non ottenere nulla in cambio. Mi piacciono i giovani che fotografano l'attimo non per imbalsamare la realtà, ma per mostrare che alla realtà bisogna aggiungere la propria di realtà, al visibile dobbiamo aggiungere l’invisibile e cancellare l’inutile, il banale, il superfluo. Quello che fotograferemo sarà interessante se noi e quelli che guarderanno saremo interessanti.

Che attrezzatura fotografica hai usato nel passato, e quale stai attualmente utilizzando?
Ho usato sempre la stessa macchina... no, ho cominciato a fotografare con una Comet Bencini S con il sincro-flash, poi un giorno parlando con Vender mi feci consigliare una macchina per il grande formato. Andai a Milano a comprare una macchina fotografica da contadino, pesante e umile a cui feci togliere quello che non mi serviva e più tardi la feci modificare ancora per ottenere un fotogramma in più, una Kobell Press a cui misi un obiettivo Voigtlander Color Heliar. Certo in vita non mi sarei ricordato tutte queste cose! Per alcune nature morte e soprattutto per il Taglio dell'Albero ho usato la Mamiya C, ma la Kobell l'ho amata come una donna, sentivo la sua gelosia, per questo ho nascosto la Mamiya, per non far soffrire l’altra. Non ho mai dato importanza all’attrezzatura, non ho mai avuto bisogno dell’ultimo modello, per quello che volevo fare io l’importante era la testa.
Ora finalmente non uso più niente, nessun prolungamento, ora sono le mie immagini a fotografare voi e in ogni parte del mondo le persone pensano che quelle foto le abbia fatte espressamente per ognuno di loro e vivono e abitano le mie immagini, da loro nasceranno altre immagini, diverse dalle mie, ma in cui sopravvivranno tracce del mio percorso, invisibili. Mi viene da pensare che attualmente, la mia attrezzatura siate voi.

Quali sono gli scatti ai quali sei particolarmente legato?
Non ci sono fotografie, tra le mie, che preferisco; una volta pensavo, come tanti, che le foto migliori fossero quelle non fatte, oppure quelle dell’Ospizio, poi ho fatto i pretini e c’era una foto piccolissima che non ho mai stampato nel formato 30x40, ma ho conservato come preziosa evidenza del senso che davo all’intera serie "Io non ho mani che mi accarezzino il volto" dove un bambino disperato e in lacrime stava in piedi di fianco al padre impassibile, un padre livido in volto e con le mani grosse abituate a vangare e zappare, con un abito povero, perché poveri erano coloro che mandavano i propri figli in Seminario a studiare. In quel momento ho visto il tempo, la vita, passare indifferente al nostro dolore, al sacrificio dell’uomo per tutto quello che il bianco divora, cancella, che dobbiamo lasciare per procedere verso il nero, soli, verso la sofferenza, la vecchiaia e la morte. Oggi posso permettermi di dire con certezza che la mia vita è stata un susseguirsi di respiri di cui non ne sacrificherei neppure uno, così è per le foto.





Quali sono i tuoi progetti attuali e quali quelli per il futuro?
Passato, presente, futuro, il tempo, quel flusso traumatico che ho cercato, temuto, odiato e rispettato in ugual maniera, che mi ha fatto gridare "Perché" e muovere il dito ad ogni scatto fotografico, insomma, di fronte alla mia vita, progetto unico dell’esistenza, attuale dalla nascita alla morte, io non ho sorrisi né rimpianti, perché ora ho davanti a me l’Eterno, la pura essenza del tutto, la sola Verità, che come le mie immagini non posso raccontarvi. I miei progetti futuri sono le immagini che ho lasciato tra di voi, esse vivono, perché sono vita e si mischieranno alla vostra vita, da cui, spero, ne nascerà di nuova. Non voglio essere copiato e fotograficamente non posso avere discepoli o allievi, se volete potete imitarmi, ma le mie opere sono le mie idee, chi le copia le uccide non permettendogli di crescere.

Hai mai esposto le tue immagini in mostre fotografiche personali o collettive?
Le mie immagini sono ovunque, dalla cantina dei senigalliesi, ai più importanti musei del mondo, fino alle impenetrabili collezioni di alcuni privati. Quello che era il mio sogno: che ognuno potesse avere nella propria casa almeno una mia foto, ora è impossibile da realizzare; da quando sono morto, chi aveva una mia foto in casa si è affrettato a venderla.

Hai mai avuto riconoscimenti in concorsi fotografici o pubblicazioni delle tue foto su libri o riviste?
Di riconoscimenti ne ho avuti tanti, su riviste, cataloghi, quotidiani, enciclopedie, ma anche stroncature. Ho incontrato chi mi ha voluto bene e mi ha rimproverato severamente quando l’ha ritenuto giusto e a questi io do la mia stima. Ho dovuto imparare che il riconoscimento e il suo contrario sono stimoli vitali, quando in gioco mettiamo non la cronaca o l’istantanea, ma noi stessi e la nostra fragile anima in un gioco crudele che sopravvivrà a noi stessi. Per questo bisogna pretendere onestà e verità al di la dei giochi di potere politici ed economici.

Quanto tempo dedichi alla fotografia?
Alla fotografia, come ho già detto prima, ho sacrificato tutto il mio tempo libero, il sabato pomeriggio, la domenica, le feste ed ogni giorno dopo cena.

Raccontaci qualche episodio curioso o simpatico legato alla tua esperienza.
In quello che ho fatto e che quindi ho vissuto c’è poco di divertente, perché ce n’è poco in me. Sono più le volte che ho pianto di quelle che ho riso, ma ogni volta che ho trattenuto il respiro, per dipingere o scattare una fotografia ho goduto un orgasmo senza aneddoti. E’ vero che ho incontrato gente simpatica, che mi ha insegnato molto, i contadini della nostra campagna, la gente del Sud, in Abruzzo e in Calabria. Anche se in Calabria hanno fatto la fattura alla mia macchina fotografica. Si era bloccata, si rifiutava di fare altre foto. Poi alcuni ragazzi musicisti mi hanno accompagnato da una signora che ha iniziato a pregare, a borbottare e a sbadigliare, pregava e sbadigliava e alla fine ho provato a farle una foto e la mia Kobell ha ripreso a funzionare. E poi dimmi se non meritano affetto anche le macchine...

Quando rivedi i tuoi vecchi scatti cosa pensi?
Quando rivedo i miei scatti, quelli più vecchi, penso, pensavo, soltanto a farne di nuovi, non ho nostalgia, per me il tempo è degno d’amore e odio in eguale misura. L’unica cosa che mi viene in mente è che ho continuamente modificato la stampa delle mie immagini più conosciute, così come cambiavano certe cose in me. Adesso che mi ci fai pensare ogni tanto torno, tornavo, a guardare le mie foto, che non voglio chiamare vecchie, perché non hanno data, infatti se vi capita di guardare le stampe dello stesso soggetto fatte nella stessa giornata dietro riporteranno date diverse tra di loro, a volte le inventavo, perché nelle mie foto il tempo è in movimento grazie a chi osserva. Certo se guardi le foto di un tempo e quelle di oggi, cioè le ultime, vedrai che della forma mi interesso meno, forse non mi ponevo più nemmeno il problema di forma e contenuto e se guardo le foto già fatte, non guardo il 30x40, ma il negativo e il provino che tengo insieme, che non è a contatto.

Dove sono pubblicate, sul web, le tue foto?
Che cos’è il UEB?

Un pensiero a chi si avvicina ora al mondo della fotografia.
A chi si avvicina al mondo della fotografia dico soltanto: scegli, o continui ad avvicinarti per tutta la vita e allora è meglio coltivare gerani, oppure buttati, ubriacati, godi, soffri, sbaglia, bisogna sbagliare, entra nell’immagine che vorresti prima ancora di scattarla, vedi se puoi viverci e sopravvivere a quello che si muove intorno, non fare fotocopie, fai poesia di carne di terra della materia di cui tutti siamo fatti allo stesso modo. Dovete scuotere gli uomini e le donne intorpiditi da immagini malate che subiscono ogni giorno, che li riducono a schiavi felici, a gonfi sbruffoni che si chiamano artisti da soli. Ragazzi non fate come quei pelagalline che si fanno proclamare Grandi da critici compiacenti e che non sanno da dove venga la grandezza e cosa voglia dire grandezza, questo già lo dissi a un amico, penso che la grandezza venga da molto lontano, da là dove nessuno ti conosce e aggiungo che prima di tutto la grandezza nasce dentro di noi, quando capiremo di non aver mai capito niente.







Fotografie: © Mario Giacomelli

Vuoi concludere con un saluto o un ringraziamento?
Io voglio ringraziare per la vita che mi è stata data e mi è stata tolta, per la povertà conosciuta, per tutti quelli che ho incontrato. Ringrazio mio padre per aver fatto l’ortolano e mia madre perché era lavandaia; ringrazio, anche se sembra una bestemmia, per la guerra che ho vissuto, da cui sono scappato, per il dolore datomi, per la paura vera. Ringrazio mia moglie per avermi voluto, pur sapendo tutto di me, per avermi voluto bene e ringrazio i miei figli, che spero abbiano capito che i miei abbracci erano altri.
Ringrazio te Libero, che ti chiami come mia madre, che mi tieni tra i tuoi ricordi e che sei tra quelli che mi fa sopravvivere al tempo maledetto.
E una preghiera per quelli che non si fanno gli affari loro e vogliono studiarmi: io non sono un fotografo da manuale, i vari metodi scientifici mi urtavano prima e mi urtano ora, se non sapete amarmi non fatevene una colpa e passate ad altro, oppure contradditemi... io l’ho sempre fatto.






Si ringraziano:

Simone Giacomelli
Direttore "Foto&Repertorio MG"
Via Piave 23 - 60019 Senigallia (AN)
www.mariogiacomelli.it


[foto © Anna Maria Rossolini]





Simona Guerra
Consulente Archivi Fotografici
Bologna - Senigallia (AN)
www.simonaguerra.com

[foto © Antonio D'Ambrosio]




Leggi l'intervista anche su: Dentro al Replay

7 commenti:

  1. Molto emozionante! Un tributo al grande della fotografia! E' come se fosse ancora qui.
    (P.S. non ho mai pensato di vendere le sue foto, acquistate tra quelle che aveva in tipografia).
    Lucia

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  2. Grazie Libero......buon natale

    Enzo Penna

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  3. quasi commovente!
    Ciao
    GG

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  4. Mario Giacomelli e' stato per me una folgorazione. Da quando ho conosciuto la sua Opera. La sua Bellezza. La sua Poesia. Altro che questioni del cazzo tipo "Ma e' meglio Canon o e' meglio Nikon?"

    Hail

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  5. Bravissimo Simone...sentivo la voce di tuo padre!

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